Due chiacchiere con Giorgio Bert, co-fondatore di Slow medicine

Benritrovati! Dopo la pausa delle feste di Pasqua tornano i post di Scrivere di salute. Oggi condivido con voi la piacevolissima chiacchierata fatta con il Dott. Giorgio Bert, medico e docente universitario da anni impegnato a sostenere e diffondere le medical humanities. In questa intervista scoprirete una persona dall’entusiasmo contagioso e un professionista impeccabile. Buona lettura, vi aspetto nei commenti.

Dott. Giorgio Bert

Dott. Giorgio Bert


Salve Dott. Bert e benvenuto su SDS. Innanzitutto la ringrazio per aver accettato il mio invito, e poi le chiedo: quali risultati sta avendo la diffusione dell’hashtag #Buongiornoiosono? Sa, ne ho parlato anche su questo blog e sono curiosa di conoscerne gli sviluppi.

Si sta diffondendo a macchia d’olio anche via Twitter. Molti ammettono che proprio non ci avevano pensato; altri erano convinti che bastasse il cartellino, il badge… Per leggerlo, però, un presbite come me è obbligato a guardare molto da vicino il seno delle infermiere e delle dottoresse, cosa che può risultare imbarazzante; altri ancora dicono che lo facevano già. Pochi però si qualificavano per professione, alcuni ritenevano che fosse sufficiente il colore del camice, che nella situazione confusionale propria dell’ambiente ospedaliero è forse l’aspetto più importante.

Dott. Bert, lei è tra i fondatori si Slow Medicine, per una medicina sobria, rispettosa e giusta. Può spiegarci il significato di ogni aggettivo in relazione alla medicina, e cosa dovrebbero fare sia i medici che i pazienti per concretizzare questo approccio alla cura?

La sobrietà non si riferisce, come molti credono, al tagliare le spese. Tagliare gli sprechi se mai, e di sprechi, colposi o dolosi, ce ne sono un bel po’. Nell’accezione di Slow Medicine, il termine sobrietà ha un significato più ampio e si riferisce all’appropriatezza degli interventi, sia che si tratti di esami clinici che di farmaci. Che gli uni e gli altri siano spesso in eccesso è cosa ben nota e oggetto di numerosi studi: ciò avviene sia per via della cosiddetta medicina difensiva, sia per la tendenza a rassicurare sé e gli altri con un eccesso di esami “di controllo” e a trattare con farmaci ogni possibile sintomo. Questo fa sì che non sia eccezionale trovare anziani che assumono fino a 15-18 compresse e capsule al giorno e fanno i pendolari tra ambulatori e laboratori magari lontanissimi.
Il rispetto, concetto centrale per Slow Medicine, significa riconoscere che il paziente è una persona, non un malato né tanto meno un organo malato. In quanto persona ha il diritto di dire nel corso del colloquio medico ciò che pensa in tema di salute e malattia, e di esprimerlo senza essere oggetto di osservazioni ironiche, di rimproveri, di educata indifferenza, di segni non verbali di impazienza. Un colloquio medico è un dialogo, e un dialogo lo si fa in due. It takes two to tango, dice un proverbio inglese.
Una medicina è giusta quando è accessibile a tutti senza discriminazioni e quando pone al centro la salute della persona e non gli interessi e i guadagni di altri diversi soggetti (professionisti, aziende, big pharma…).

Slow Medicine

Slow Medicine

Secondo lei cos’è che rende difficile il rapporto tra medico e assistito? Cioè, c’è qualcosa da correggere nella comunicazione verbale e gestuale oppure l’approccio dipende solo dalla personalità del singolo, paziente e dottore?

Chi studia medicina nel curriculum accademico non trova quasi nessun accenno alla comunicazione e alla relazione di cura. Vengono tranquillamente ignorati decenni di studi e di conoscenze in tema di pedagogia degli adulti e di progressi metodologici e tecnici da parte delle scienze della comunicazione.
L’apprendimento pratico al letto del malato sotto la supervisione di un medico competente è da tempo scomparso.
Il rapporto tra medico e malato non è mai stato facile, ma se oggi appare ancora peggiorato, ciò è dovuto a mio avviso alla totale incompetenza comunicativa e relazionale da parte del professionista; ciò avviene per di più in un tempo in cui i cittadini non hanno più “fede” nella medicina ma vogliono saperne di più, hanno gli strumenti per farlo, cercano un rapporto di fiducia col medico, quindi una relazione: la relazione di cura, appunto.
Empatia, disponibilità, ascolto sono belle parole, ma in assenza di serie competenze comunicative (apprese, non fai-da-te) rischiano di rimanere tali e qualche volta di produrre anche danni.

Dott. Bert, nel 2007 ha pubblicato il libro Medicina narrativa, uno dei primi studi italiani dedicati all’argomento. A distanza di tanti anni, come definirebbe oggi la Medicina narrativa?

La narrazione è il principale se non il solo strumento che permette agli umani di comunicare fatti, emozioni, ricordi, idee, progetti, pettegolezzi. La vita, insomma. Per il medico è l’unico mezzo di esplorare il mondo dell’altro, di gettare ponti sul fossato che separa la voce della vita da quella della medicina.
La medicina narrativa non è quindi una bella raccolta di storie “interessanti” da pubblicare ma uno strumento in grado di mostrarci, non diversamente dall’imaging ecografico o radiologico, aspetti del malato che non potremmo rilevare con la semplice osservazione né con la classica anamnesi clinica centrata sulla diagnosi e non sulla vita.
Certo, si può ignorare il mondo dell’altro e limitarsi a diagnosticare e a prescrivere, ma in tal modo si cancella la relazione di cura che nell’arte medica è invece fondamentale.

Una delle informazioni che più mi ha incuriosito di lei è il suo essere Libero docente di Semeiotica medica. Da umanista quale sono, non poteva lasciarmi indifferente il legame tra la scienza e lo studio dei segni funzionale alla comunicazione. Cosa significa semeiotica medica e quale formazione e aiuto pratico dà al professionista che cura?

La semeiotica medica, la scienza dei segni e dei sintomi, un tempo riempiva interi volumi da studiare per l’esame; oggi la tecnologia diagnostica l’ha resa quasi obsoleta. Saper valutare segni e sintomi in una situazione complessa come un malato e la sua malattia, era importante per mantenere una visione di sistema: ogni segno, ogni sintomo era valutato in relazione con altri segni e sintomi e con la persona nella sua totalità.
Le “macchine” spingono a concentrare l’attenzione sul singolo organo ammalato e creano inevitabilmente specialisti e conseguente frammentazione del paziente. In un simile contesto diventa importante la funzione del medico di medicina generale che è, dovrebbe essere, in grado di inserire i dati specialistici in un’ipotesi terapeutica personalizzata, valida per quel o quella particolare paziente, che includa oltre agli aspetti clinici (e in questo senso una visita tradizionale è opportuna: non è il caso di credere ciecamente alle “macchine”…), i timori e le aspettative del paziente e dei suoi familiari: la sua, la loro vita cioè. E qui si torna alla medicina narrativa: alle macchine non si può narrare, con le macchine non si dialoga, le macchine i familiari li ignorano.

Dott. Bert, lei è tra i fondatori di Slow food e di Slow medicine: ha in cantiere altri progetti che traggono valore e qualità dalla lentezza? Pensa che serva in alti ambiti della vita?

Il termine “slow”, nell’accezione di Slow Medicine, non ha a che fare con la lentezza in senso cronologico ma con quello che si suole definire il tempo opportuno: il tempo cioè appropriato, giusto, adeguato alla situazione. A differenza del tempo dell’orologio, si tratta di un concetto qualitativo, non quantitativo. Ritornano qui le tre parole chiave di SM: il tempo opportuno è sobrio: impiegare 20 minuti laddove ne sono sufficienti dieci è uno spreco, e come tale, per quanto lento, non è slow ma fast; il tempo opportuno è rispettoso, in quanto riconosce l’irripetibile unicità di ogni persona: la biodiversità, la non omologazione (quella che è stata definita “mcdonaldizzazione)” è centrale nella filosofia slow; è infine giusto in quanto ha alla sua base l’equità, la non discriminazione.
La filosofia slow è un nuovo paradigma, un momento di crisi della nostra cultura la quale è fondamentalmente fast, sia in senso cronologico che in senso epistemologico. Affrontare la vita con atteggiamento slow è quindi controintuitivo e spiazzante, ma produce un enorme arricchimento, stimola la curiosità e il desiderio di apprendere, di andare “oltre”.
Controcorrente, certo: un amico mi ha detto: “noi slow siamo, in fondo, dei salmoni filosofici.”

Dott. Bert, la ringrazio per il suo contributo a Scrivere di salute, torni quando vuole!

Note biografiche

Giorgio Bert, medico e docente universitario. Da anni si occupa di metodologia medica, di medicina sociale, di comunicazione, di medicina narrativa, di medical humanities. Co-fondatore di Slow Medicine. Si definisce uno scettico curioso.

 

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