Da 1 a 10: che valore dai al tuo dolore?

Gestire un blog vuol dire anche conoscere persone che, altrimenti, forse non si sarebbero mai incontrate. Tra le persone che ho conosciuto c’è Tiziano Cornegliani, medical writer e Docente al “Master in Professione Editoria cartacea e digitale” all’Università Cattolica di Milano. Quello che state per leggere è il suo post scritto per voi.

Come classifichi il dolore?

Come classifichi il dolore?

Quanto il dolore è un’esperienza soggettiva e quanto è invece misurabile in base a parametri definiti, il più possibile oggettivi?

Sappiamo bene che il dolore non è uguale per tutti, c’è chi lo sopporta stoicamente e chi si lamenta molto per dolori anche apparentemente banali. Le donne, per esempio, hanno – almeno secondo un sentire comune – una maggiore capacità di sopportare il dolore: se toccasse agli uomini partorire, si sente spesso dire, il genere umano si sarebbe già estinto da tempo. Ma sappiamo che non sempre è così: il soldato che viene ferito in guerra spesso si accorge della ferita riportata solo quando è finito lo scontro, l’agone della lotta, anche se qui la questione è forse un po’ diversa: le energie sono così dirette allo scontro stesso, la tensione è tale, che la consapevolezza del dolore viene dopo.

Prendiamo per esempio il mal di testa o, meglio, la cefalea. È il classico caso del dolore che può variare dal leggero all’insopportabile. Ci sono quelle cefalee che ci permettono, nonostante il fastidio, il dolore, di svolgere normalmente le nostre attività quotidiane, ci sono quelle che invece interferiscono pesantemente con il loro svolgimento e ci sono quelle in cui il dolore raggiunge un’intensità estrema, come nel caso delle cefalee a grappolo. Sarebbe curioso e interessante raccogliere i modi di dire, le raffigurazioni, le metafore, con cui ciascuno definisce il proprio mal di testa. Una delle più belle l’ho sentita nei dialoghi di un vecchio film (Dieci in amore, del 1958, con Clark Gable). C’è un professore che dopo una sbornia si sente chiedere da un amico se abbia mal di testa. La risposta è “Mal di testa è poco. È come dire doccia al posto di cascate del Niagara”.

Eppure, in medicina, il dolore andrebbe definito. Esistono apposite scale per la valutazione del dolore: c’è per esempio la Visual Rating Scale (VRS) che ha una serie di descrittori dal più debole al più intenso. C’è la Numerical Rating Scale (NRS), una serie di numeri da 0 a 10 o da 0 a 100 il cui punto di inizio e di fine rappresentano gli estremi del dolore provato. E c’è la Visual Analogue Scale (VRS), una linea di 10 cm orizzontale o verticale con due punti di inizio e fine, contrassegnati con “assenza di dolore” e “il dolore peggiore mai sentito”. E potremmo continuare a lungo. Ma spesso si tratta di scale difficili da somministrare, che richiedono tempo, che vanno poi interpretate, e così capita spesso che il povero paziente si senta banalmente chiedere dal medico “Quanto dolore ha da 1 a 10?”. Ecco, questa sì che è una bella domanda…

Mi è capitato recentemente di leggere un bellissimo libro, La donna che trema, di Siri Hustvedt, moglie del celebre scrittore Paul Auster, anche se va ricordata certo in quanto tale e non in quanto “moglie di”. Siri ha sofferto per tutta la vita di mal di testa, addirittura cita due lunghi periodi, più o meno di un anno ciascuno, in cui il mal di testa è stato pressoché ininterrotto. Inoltre, ha sviluppato episodi di tremori convulsi, e da qui il titolo del libro. In un passaggio si legge: “Ahimè, la mia vita si svolge nella terra di confine del mal di testa. Molto spesso mi sveglio con l’emicrania, che diminuisce dopo il caffè, ma praticamente ogni giornata include dolore, testa leggera, eccessiva sensibilità alla luce, ai suoni, all’umidità dell’aria”.

Ma quel che mi ha colpito è la seguente riflessione, quando le viene chiesto di definire il suo dolore: “Classificare il dolore in relazione a cosa? Il peggior dolore che abbia mai provato? Lo ricordo? Non riesco a rievocarlo come dolore, ma solo come ricordo articolato o relazione empatica al mio sé passato: il dolore del parto, delle emicranie, del gomito quando me lo sono rotto. Qual era classificabile come 6 o 7? Il tuo 4 è uguale al mio 5? Il 9 per X è uguale al 2 per Y? Il 10 esiste davvero o è una specie di rappresentazione ideale dell’insopportabile? Si muore dopo il 10? L’idea che i livelli di dolore possano essere classificati numericamente è assurda, ma è la routine. Il tentativo di evitare l’ambiguità non fa che aumentarla”.

Ecco, per concludere, mi piace ribadire queste ultime parole: l’idea che i livelli di dolore possano essere classificati numericamente è assurda, ma è la routine. Il tentativo di evitare l’ambiguità non fa che aumentarla.
E aggiungo che classificare il dolore non solo è la routine, ma forse è anche necessario; l’importante è farlo con intelligenza, sensibilità, elasticità.

Tiziano Cornegliani 
Medical writer, docente al Master in “Professione Editoria cartacea e digitale” presso l’Università Cattolica di Milano e autore de La farmacia dei libri. Rimedi per l’anima.

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